Chiesa e Unione Europea
Intervento di SER Mons. Mariano Crociata – Vescovo di Latina e
Vice Presidente del COMECE al “Rotary Club Latina”
Può
essere utile prendere le mosse da un riferimento storico per cogliere lo sfondo
in cui si colloca una considerazione del rapporto tra Chiesa e Unione Europea
che abbia il sapore dell’attualità. Precisamente negli anni a cavallo dei due
secoli (e dei due millenni), nell’Unione Europea si lavorò per darle una
costituzione. Tra i dibattiti che animarono la vicenda, si colloca anche quello
riguardante l’inserimento nella costituzione della menzione delle radici
cristiane dell’Europa.
La proposta fu tenacemente osteggiata e alla fine
respinta. Di fatto anche il tentativo di approvare la costituzione andò
incontro al fallimento, per il rifiuto opposto da Francia e Paesi Bassi,
manifestato in due referendum nazionali, nel 2003 e nel 2005.Il
passo successivo fu la redazione di un trattato che prende il nome da Lisbona,
la città dove esso fu approvato nel 2007 per entrare poi in vigore nel 2009. Di
esso entrò a far parte anche la Versione consolidata del trattato sul
funzionamento dell’Unione, la quale all’articolo 17 così si esprime nel primo
comma: «L’Unione rispetta e non pregiudica lo status di cui le chiese e le
associazioni o comunità religiose godono negli Stati membri in virtù del
diritto nazionale». Poi nel terzo comma aggiunge: «Riconoscendone l’identità e
il contributo specifico, l’Unione mantiene un dialogo aperto, trasparente e
regolare con tali chiese e organizzazioni». Queste disposizioni costituiscono il punto di
riferimento e la base giuridica del rapporto tra Chiesa e Unione Europea, oltre
che naturalmente di quello con le altre confessioni cristiane e religioni. Viene
riconosciuta la figura istituzionale delle chiese cristiane e delle religioni e
considerato necessario intrattenere con esse un dialogo aperto, cioè senza rimuovere
questioni e problemi; trasparente, istituzionalmente leale e finalizzato alla
comprensione e alla collaborazione, e quindi pubblicamente identificabile;
regolare, ovvero legato a un impegno costante di confronto e di condivisione
delle rispettive posizioni e valutazioni via via emergenti circa i temi e le
situazioni sempre nuove che il cammino dell’Unione presenta.
Se
questa è la posizione dell’Unione Europea, da parte loro le Chiese non hanno
interessi di parte da difendere, non cercano cioè vantaggi o privilegi di
sorta. Se c’è una cosa che sta a cuore alle Chiese e alla Chiesa Cattolica in
particolare, essa è l’Unione stessa e il bene comune di tutti i cittadini. In
fondo è questo il criterio a cui si attiene l’attività della Chiesa Cattolica
in rapporto all’Unione Europea; infatti essa tiene fermo come punto di
riferimento l’insegnamento sociale della Chiesa, espresso nella sua forma più
significativa dagli interventi dei papi, dalla Rerum novarum di Leone XIII in avanti. Ciò che sorprende è che la
gran parte dei valori dichiaratamente professati nei documenti dell’Unione
risuona ampiamente della tradizione cristiana a cui naturalmente attinge, dal
momento che da essa l’Europa è stata plasmata. Ne è un esempio inequivocabile
ciò che leggiamo nel Preambolo della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione
Europea, nella Versione consolidata del 2016: «Consapevole del suo
patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e
universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della
solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello
Stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la
cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e
giustizia».
Un
cristiano non fa fatica a riconoscersi in simili affermazioni. Ciò tuttavia non
basta a superare le difficoltà del presente, non tanto nelle relazioni formali,
quanto nell’intreccio di tensioni e pulsioni culturali che attraversano il
corpo sociale dei popoli europei; tensioni e pulsioni che trovano all’interno delle
istituzioni europee sponde e gruppi di pressione che rendono controverse e difficili
sia l’interpretazione delle affermazioni di principio appena citate, sia più in
generale il dialogo e la comprensione reciproca. Un esempio abbastanza
significativo in tal senso è rappresentato dalla elaborazione delle Linee guida
sul linguaggio inclusivo recentemente adottate e, subito, precipitosamente
ritirate.
Nel
rapporto tra Chiesa e Unione Europea bisogna distinguere due livelli
istituzionali. Il primo è quello della Santa Sede, in forza del quale il Sommo
Pontefice, che la presiede in quanto vescovo di Roma, oltre che sovrano dello
stato della Città del Vaticano, in quanto soggetto di diritto internazionale, nomina
un suo rappresentante presso l’Unione Europea, precisamente un Nunzio
Apostolico; reciprocamente, l’Unione Europea è rappresentata da un suo
ambasciatore presso la Santa Sede. Un livello distinto è quello delle Diocesi,
i cui vescovi operano congiuntamente attraverso le Conferenze episcopali nazionali.
Come dice il Preambolo dello Statuto
della COMECE approvato nel 2017, «i Vescovi dei Paesi della Comunità Europea
hanno costituito il 3 marzo 1980, con l’approvazione della Santa Sede, la
Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) per realizzare la
collaborazione».
Come
dice l’articolo primo dello stesso Statuto: «La Commissione degli Episcopati
dell’Unione Europea (COMECE) riunisce i vescovi rappresentanti degli Episcopati
degli Stati membri dell’Unione Europea al fine di perseguire, nello spirito
della collegialità, una più stretta collaborazione fra detti Episcopati, in
ordine alle questioni pastorali connesse con lo sviluppo delle competenze e
delle attività dell’Unione». E ancora il Preambolo
specifica: «La COMECE accompagna il processo politico dell'Unione Europea
nelle aree di interesse per gli Episcopati dell’Unione Europea; monitora le
attività dell’Unione Europea ed informa a riguardo gli Episcopati dell’Unione
Europea; comunica alle istituzioni ed autorità europee le opinioni e le visioni
degli Episcopati dell’Unione Europea relativi all’integrazione europea». Naturalmente
i due livelli, rappresentati dal Nunzio Apostolico e dalla COMECE, operano
d’intesa e secondo un raccordo istituzionale definito, poiché entrambi sono espressione
della Chiesa cattolica.
Volendo
toccare adesso qualche punto del lavoro di monitoraggio delle attività
dell’Unione per una informazione degli episcopati e per una comunicazione
costante, formale e informale, con i vari organi delle istituzioni europee,
vorrei riferirmi allo stato delle questioni alla luce dell’ultima assemblea
della COMECE che si è svolta nello scorso mese di ottobre.
Dai
rapporti dei vari organismi emerge una delle domande fondamentali con cui
l’Unione Europea si trova a confrontarsi, che riguarda il ruolo che essa vuole
giocare sulla scena globale, se di uno spettatore indifferente o diviso, o di
un attore in grado di modellare il mondo del post-pandemia per renderlo un
luogo più giusto e pacifico, sostenibile e accogliente. In questa ottica lo
sguardo va agli scenari globali su cui l’UE è chiamata a confrontarsi, ma anche
alle questioni interne. Sul piano globale, vanno segnalati: la dichiarazione
congiunta del presidente della COMECE e del presidente della Conferenza
episcopale degli Stati Uniti per un partenariato transatlantico al servizio di
un mondo post-pandemia più giusto; la sollecitazione di interventi nell’ambito
della tragedia umanitaria in Afghanistan; la segnalazione a vari funzionari
dell’Unione della situazione allarmante del Libano, dal punto di vista politico
e sociale, oltre che economico; l’incontro con la presidenza slovena del
Consiglio dell’Unione Europea; l’incoraggiamento alla ripresa dei negoziati di
adesione dei Paesi dei Balcani occidentali all’Unione, a cominciare dalla
Macedonia del Nord e dall’Albania (per richiamare solo i punti principali).
Sempre
sullo scenario globale, l’attenzione viene mantenuta alta sul partenariato
UE-Africa, con l’insistenza per una strategia complessiva verso l’Africa, e poi
con la focalizzazione su temi specifici come l’importanza del patrimonio
religioso e culturale, soprattutto il miglioramento della sicurezza alimentare
in Africa, e temi specifici come la drammatica condizione dei minori in carcere
in Sierra Leone. Un ambito che emerge in prospettiva globale è quello della
sicurezza e della difesa europea. Di particolare urgenza il problema
dell’equità globale dei vaccini e la crisi irrisolta dei confini orientali
dell’Ucraina.
I
dossier sulle questioni interne sono molteplici. Anche qui, allo scopo di dare
un’idea delle materie sottoposte allo studio e a iniziative di informazione,
dialogo e confronto, citiamo i capitoli principali.
·
I
diritti fondamentali (che includono una varietà di temi, come le norme sul
trattamento dei dati, la protezione del bambino, la lotta contro i crimini e i
discorsi di odio, la protezione dei luoghi di culto, la macellazione rituale
degli animali, il divieto di simboli religiosi in pubblico e la legislazione
antiriciclaggio);
·
gli
affari sociali ed economici (su questo in particolare la difesa del lavoro
dignitoso, anche delle persone con disabilità, e del giorno festivo settimanale
comune, la tassazione delle imprese digitali e la sua redistribuzione);
·
le
questioni di etica, ricerca e salute (la prima proposta della Commissione
Europea di regolamentazione giuridica dell’intelligenza artificiale, l’etica
finanziaria, la cura degli anziani, la politica per la salute e in particolare
la produzione e la distribuzione dei vaccini anche oltre i confini dell’Unione,
il molto discusso ‘Rapporto Matic’ sulla salute delle donne, che per la prima
volta avanza l’idea di un ‘diritto’ all’aborto, il diritto all’obiezione di
coscienza);
·
il
fenomeno delle migrazioni e la richiesta di asilo (con la rassegna di tutti i
fronti su cui l’Unione è esposta ai flussi migratori e la segnalazione delle
gravi condizioni in cui versa, spesso con la perdita della vita, la massa di
migranti che torna ad essere numericamente consistente anche se non nella
misura della fase precedente alla pandemia);
·
la
cultura e l’istruzione (su cui da un po’ si affaccia l’interesse della COMECE,
portandosi sullo spazio europeo dell’istruzione, sull’istruzione e formazione
professionale, sulla promozione della cultura e la tutela del patrimonio
culturale), le politiche giovanili e il tema della sostenibilità (in
particolare nella politica agricola e con il cosiddetto Green Deal europeo).
Un
tema ancora all’attenzione costante del segretariato della COMECE è quello
della libertà religiosa, che ha fatto emergere in questi ultimi anni un
atteggiamento un po’ tiepido da parte della Commissione Europea sull’argomento.
La nomina di un Inviato speciale dell’UE per la promozione della libertà di
religione o di credo nell’azione esterna ha richiesto tempi estenuanti e la
ricerca di un candidato è nuovamente in corso a causa della nomina ministeriale
nazionale della personalità originariamente identificata (Christos Stylianides).
Il problema si segnala come rilevante sia all’interno dell’Unione (basti
pensare alle restrizioni che la pandemia ha indotto a introdurre
nell’espressione pubblica: non a caso il papa ha parlato in questo ambito di
“persecuzione gentile”) sia, soprattutto, in numerosi Paesi terzi. L’impegno
della COMECE su questo punto è rilevante, grazie anche alla collaborazione con
altri soggetti internazionali, soprattutto religiosi.
Questa
arida elencazione, peraltro incompleta, di questioni fatte oggetto di costante
scambio di informazione e documentazione, oltre che di disamina e di iniziativa
nel dialogo interno e con l’Unione, credo possa dare l’idea di come si conduca
il rapporto tra Chiesa cattolica e Unione Europea. Accanto alle tematiche,
tuttavia, bisognerebbe considerare il processo complessivo in atto dal punto di
vista religioso e culturale, che dice meglio la ‘temperatura’ reale, più che
formale e istituzionale, tra ciò che la Chiesa rappresenta e gli orientamenti
di fondo di cui l’Unione Europea si fa interprete.
Per
questo motivo, è necessario ricordare che al centro di tutto l’impegno della
COMECE sta la scelta europea: «la Chiesa porta avanti e difende, senza
esitazioni, l’ideale europeo e il relativo processo di integrazione», come ha
detto il card. Hollerich nella sua relazione introduttiva. È senza dubbio
importante, in tal senso, al di là del modo viene gestita soprattutto in
rapporto alle Chiese, la Conferenza sul futuro dell’Europa, un’iniziativa
comune del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione europea,
avviata nel maggio 2021 e destinata a concludersi nella primavera 2022, con lo scopo
di aprire uno spazio di dialogo e di discussione in merito al ruolo e alle
strategie dell’Unione, per consentire a cittadini e soggetti europei di
esprimere le loro opinioni e le loro aspettative sulle future politiche e sulle
priorità dell’Unione. L’attenzione della consultazione si concentra in modo
particolare su tre ambiti: cambiamento climatico e ambiente, trasformazione
digitale, migrazione.
In
realtà la questione cruciale che l’iniziativa segnala, con la sua stessa
proposta, è quella della democrazia e dei valori. In tal senso il presidente
della COMECE nella sua relazione ha osservato che si può «legittimamente
insistere su una maggiore trasparenza dei processi, inclusi quelli legislativi,
a Bruxelles. Essi rimangono non poche volte quasi impermeabili al pubblico scrutinio,
perlomeno nelle fasi inter-istituzionali. Possiamo inoltre chiedere ai nostri
interlocutori istituzionali quali strumenti e meccanismi si stiano delineando
nelle discussioni in seno alla Conferenza per consentire una partecipatività
maggiore da parte dei cittadini nella vita dell’Unione. Lascia un po’ perplessi
anche la tendenza a mescolare il più debole riferimento ai “valori”
fondamentali, con quello ai diritti fondamentali, ai quali si deve accompagnare
il relativo contrappeso dei doveri». Importante dunque l’iniziativa della
Conferenza, che tuttavia deve essere messa al riparo dal rischio di ridursi a
una operazione di pura cosmesi, a cui non faccia seguito un cambiamento dei
metodi e dello stile in rapporto all’opinione pubblica europea e ai bisogni e
alle attese delle popolazioni dei Paesi che compongono l’Unione.
Credo
che la parola più attuale e puntuale sulle questioni che stiamo toccando
l’abbia detta il papa, nel suo recente viaggio a Cipro e in Grecia. Nel
discorso del 4 dicembre, tenuto nel palazzo presidenziale di Atene, ha detto:
«Qui è nata la democrazia.
La culla, millenni dopo, è diventata una casa, una grande casa di popoli
democratici: mi riferisco all’Unione Europea e al sogno di pace e fraternità
che rappresenta per tanti popoli. Non si può, tuttavia, che constatare con
preoccupazione come oggi, non solo nel Continente europeo, si
registri un arretramento della democrazia. Essa richiede la
partecipazione e il coinvolgimento di tutti e dunque domanda fatica e pazienza.
È complessa, mentre l’autoritarismo è sbrigativo e le facili rassicurazioni
proposte dai populismi appaiono allettanti. In diverse società, preoccupate
della sicurezza e anestetizzate dal consumismo, stanchezza e malcontento
portano a una sorta di “scetticismo democratico”. Ma la partecipazione di tutti
è un’esigenza fondamentale; non solo per raggiungere obiettivi comuni, ma
perché risponde a quello che siamo: esseri sociali, irripetibili e al tempo
stesso interdipendenti. Ma c’è pure uno scetticismo nei confronti della
democrazia provocato dalla distanza delle istituzioni, dal timore della perdita
di identità, dalla burocrazia. Il rimedio a ciò non sta nella ricerca ossessiva
di popolarità, nella sete di visibilità, nella proclamazione di promesse
impossibili o nell’adesione ad astratte colonizzazioni ideologiche, ma sta
nella buona politica. Perché la politica è cosa buona e tale deve essere nella
pratica, in quanto responsabilità somma del cittadino, in quanto arte del
bene comune. Affinché il bene sia davvero partecipato, un’attenzione
particolare, direi prioritaria, va rivolta alle fasce più deboli. Questa è la
direzione da seguire, che un padre fondatore dell’Europa indicò come antidoto
alle polarizzazioni che animano la democrazia ma rischiano di esasperarla: «Si
parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti e
andare avanti vuol dire andare verso la giustizia sociale» (A. De
Gasperi, Discorso tenuto a Milano, 23 aprile 1949). Un cambio di
passo in tal senso è necessario, mentre, amplificate dalla comunicazione
virtuale, si diffondono ogni giorno paure e si elaborano teorie per
contrapporsi agli altri. Aiutiamoci invece a passare dal parteggiare al
partecipare; dall’impegnarsi solo a sostenere la propria parte al coinvolgersi
attivamente per la promozione di tutti. Dal parteggiare al partecipare. È la
motivazione che ci deve sospingere su vari fronti: penso al clima, alla
pandemia, al mercato comune e soprattutto alle povertà diffuse. Sono sfide che
chiedono di collaborare concretamente e attivamente. Ne ha bisogno la comunità
internazionale, per aprire vie di pace attraverso un multilateralismo che non
venga soffocato da eccessive pretese nazionaliste».
Questa
lunga citazione mi è sembrata la più adeguata a rappresentare lo stato dei rapporti
tra Chiesa e Unione Europea, e il giudizio con cui la prima guarda alla
seconda, non come osservatore estraneo, ma come attore che ha a cuore
l’attuazione del progetto dell’Unione. Questo avere a cuore forse è ciò che
esprime meglio il modo di porsi della Chiesa, rispetto a una Unione Europea che
non la ricambia certo con la medesima cordialità.
Latina, 9
dicembre 2021